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Nessuna frase è troppo lunga

 - “Le tue frasi sono troppo lunghe”, mi ha detto un’amica che insegna inglese all’università, e ho capito che non intendeva farmi un complimento.

Il copy editor che ha riletto meticolosamente il mio ultimo libro usava trattini gialli intorno alle mie proposizioni multiple per suggerirmi di spezzare le frasi o metterci meno cose dentro. Entrambe le reazioni non potevano essere più gentili e ragionevoli, ma quello che forse la mia amica e il mio collega non hanno capito è questo: scrivere frasi sempre più lunghe è il mio modo di protestare – e insieme cercare di salvare i miei eventuali lettori – contro il bombardamento delle frasi brevi.

Quando ho cominciato a guadagnarmi da vivere scrivendo, ho avuto l’impressione che il mio lavoro consistesse nell’offrire al lettore qualcosa di rapido e concreto, che non si potesse ottenere in altra forma: uno scrittore era una macchina per raccogliere dati, pensavo, e come giornalista avevo il compito di andare per il mondo e raccogliere dettagli, appunti visivi e immediati come quelli della televisione. Avevamo bisogno soprattutto di fatti. Ed ero convinto – e lo sono ancora – che se guardavi il mondo abbastanza da vicino potevi intuire in anticipo le sue mosse, come capita con un fratello o un amico: Don DeLillo o Salman Rushdie non sono mistici, ma sono in grado di dirci dove andrà il mondo domani perché lo seguono molto attentamente.

Eppure, al giorno d’oggi il pianeta si muove troppo rapidamente anche per un Rushdie o un DeLillo, e molti di noi abitanti del mondo privilegiato hanno accesso a più informazioni di quante ce ne servano. Desideriamo fortemente qualcosa che ci liberi dal sovraffollamento contingente e ci consenta di vedere le cose in una prospettiva più ampia.

Nessuno scrittore può competere, in rapidità e immediatezza, con gli sms, le notizie flash della Cnn o i feed rss, ma qualsiasi scrittore può cercare di restituirci la profondità, le sfumature – gli “spazi vuoti” come li chiama Annie Dillard – che su molti schermi non appaiono. Non tutti vogliono essere ridotti alla clip di un’intervista o a un adesivo.

E qui entra in scena (spero) la frase lunga: una raccolta di proposizioni così sfaccettata e generosa e abbondante nei toni e nelle suggestioni da poter contenere la quasi-contraddizione, l’ambiguità e tutti quei luoghi della memoria o dell’immaginazione che non possono essere semplificati o tradotti in parole povere, e consentire al lettore di conservare nella mente e nel cuore tante cose insieme mentre scende, come lungo una scala a chiocciola, sempre più in profondità dentro se stesso e dentro quelle cose che non si lasciano comprimere in un “o questo/o quello”. Ogni proposizione ci porta sempre più lontano da conclusioni banali – o almeno questa è la speranza – e lontano dal riduzionismo, come se lo scrittore fosse un dentista che dice “apra di più” per poter sondare gli spazi più teneri e trascurati del lettore (anche se in questo caso non si occupa della bocca ma dello spirito).

“Si avvertiva un’umiltà condiscendente”, scrive Alan Holling­hurst in una frase che ho scelto quasi a caso dal suo ultimo romanzo, The stranger’s child, “mentre lei varcava la porta ed entrava nella stanza più grande, ma più buia, della biblioteca, un accenno di fragilità, una posa nel portare male i suoi 59 anni, un lieve barcollio frastornato in mezzo a tanta grandiosità che, adesso, la figlia doveva fingere di dare per scontata”. Vi capiterà di notare – ma non siete tenuti a farlo – che “umiltà” ha ceduto rapidamente il passo a “posa” modificando il punto di vista alla fine della frase, mentre l’attraversamento fisico delle stanze accompagna un graduale movimento interiore che procede attraverso quattro proposizioni parallele, ognuna delle quali – anche se in legato – suggerisce una visione leggermente diversa delle cose.

Molti lettori non hanno tempo per queste cose: William Gass o sir Thomas Browne possono sembrare logorroici, l’equivalente di chi volesse andare in macchina da Los Angeles a San Francisco passando per la Death valley, Tijuana e le Sierras. E un bravo scrittore, un Hemingway o un James Slater, riesce a infilare parecchie sfumature e suggestioni anche nella frase più breve e fulminante.

Ma oggi troppo spesso usiamo una scrittura telegrafica che banalizza i nostri pensieri e riduce i nostri sentimenti a slogan. La frase breve domina negli sproloqui sempre uguali dei talk show radiofonici e nelle risse televisive, i cui protagonisti considerano la competenza o la complessità come un insulto alla loro integrità (e non, come invece sono, il più bell’ornamento dell’integrità).

Di questo passo, perderemo intere aree dell’esperienza emotiva e cognitiva. Non saremo più in grado di leggerci l’un l’altro se non riusciamo a seguire le frasi labirintiche di Proust, che ci conducono in quei territori poco illuminati in cui il ricordo sfuma nell’immaginazione, e dove noi ci nascondiamo dalle persone care o puniamo la cosa che amiamo. E come potremmo percepire le stratificazioni, l’estensione, le molte facce di Istanbul in tutta la sua sovraffollata ampiezza, senza la frase di settecento parole con cui Orhan Pamuk ha reso omaggio al grande amore della sua vita?

Idealmente, prendere in mano un libro significa entrare in un mondo di intimità e continuità: i libri migliori ci trasportano in un universo più ampio, in uno stato d’animo più spazioso affine alla sensazione che provo quando ascolto Bach (o i Sigur Rós) o guardo un film di Terrence Malick. Adoro la prosa di Thomas Pyn­chon (quella di Mason & Dixon, per esempio), non solo perché è bella, ma perché le sue frasi lunghe e impeccabili mi portano, una proposizione dopo l’altra, sempre più lontano dal normale e dal prevedibile, e sempre più in profondità verso dimensioni che non avevo neppure osato contemplare.

Philip Roth non mi stanca mai, perché – quando dà il meglio di sé – l’energia e la complessità delle sue frasi mi trascinano in un infervorato contraddittorio in cui vedo una mente viva, che si interroga, ferocemente controllata nel suo rapporto con il mondo. La sua è una prosa che bandisce la semplicità senza mai rinunciare alla passione.

Non tutti i creatori di frasi piene di virgole, però, sono uguali. Personalmente trovo illeggibile Henry James, con le sue proposizioni che si susseguono con pedante ed enfatica pignoleria, riflettendo non tanto la sua capacità di osservazione quanto la sua incapacità di decidere o portare a conclusione alcunché: una specie di balbettio mentale. Ma quello che promette la frase lunga è di portarvi oltre l’ignoto, lontano dalla costa, verso profondità e misteri che non sareste in grado di raggiungere né con la mente né, molto spesso, con le parole.

Quando leggo il modello assoluto in questo senso, Herman Melville – o sento montare la tensione quando la Lettera dal carcere di Birmingham di Martin Luther King comincia a gonfiarsi di proposizioni bibliche elencando ogni singola cosa che la gente di colore non può fare – ho la sensazione di uscire dalla cultura affollata e fluorescente del supermercato locale, e di essere trasportato in un luogo altissimo da cui posso vedere nel tempo e nello spazio, in me stesso e nel mondo. È come se, per un attimo, fossi stato salvato dal caos frenetico della superstrada e ricondotto a qualcosa dentro di me, dove c’è posto per la certezza e per il dubbio insieme.

Io amo i libri: li leggo e li scrivo per la stessa ragione per cui amo parlare con un amico per dieci ore, non dieci minuti (se non addirittura, come nel caso della media delle pagine web, dieci secondi). Più tempo dura la nostra conversazione, meno mi sento sospinto e costretto dentro le scatole asfittiche del bianco o nero, repubblicano o democratico, noi o loro. La frase lunga è il modo in cui cominciamo a liberarci dalla meccanicità degli elenchi puntati e dalla disumanità delle caselle da barrare con un si o un no.

Ci sarà sempre posto per la frase breve, e non c’è nessuno che si entusiasmi più di me per le inquietanti magie di Don DeLillo, sempre più minacciose a ogni nota ripetuta, o per la saggezza compressa di un Oscar Wilde: è l’elegante concisione delle loro frasi che ci permette di comprendere le idee di un Emerson (o di un Lao Tzu) come se fossero comandamenti o proverbi di uso universale.

Ma oggi di brevità e velocità ne abbiamo a palate. Quello che voglio è qualcosa che mi sostenga e mi allunghi finché non scatta qualcosa, che mi porti così al di là di una semplice proposizione o di una singola formulazione da farmi ritrovare all’improvviso in un luogo spazioso e strano come la vita stessa. La frase lunga apre proprio quelle porte che una frase corta richiude con un colpo. Anche se la frase che ho spedito al mio copy editor era brevissima: “No”.

Traduzione di Diana Corsini.

Internazionale, numero 937, 24 febbraio 2012

 

Pico Iyer è uno scrittore britannico di origine indiana. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La strada aperta. Vita e pensiero del XIV Dalai LamaQuesto articolo è uscito sul Los Angeles Times con il titolo “The point of the long and winding sentence“.